• Vini a 5 stelle!

    Durante la terza edizione di 5StarWines, una giuria composta da ben 100 professionisti ha assegnato punteggi d’eccellenza ai nostri vini :
    CASTEL DEL MONTE BOMBINO NERO DOCG “AUGUSTALE” 2019
    CASTEL DEL MONTE NERO DI TROIA RISERVA DOCG “AUGUSTALE” 2014
    Le nostre etichette sono state apprezzate tra ben 3100 partecipanti con valutazioni rispettivamente di 92 punti su 100 e 90 punti su 100.

    Un risultato davvero eccezionale perchè tra i giudici troviamo nomi di Master of Wine, Master Sommelier, sommelier di ristoranti stellati, giornalisti, enologi, Italian Wine Expert e Ambassador della Vinitaly International Academy, di provenienza, specializzazione e background eterogenei.

    Con queste valutazioni i nostri cru si sono aggiudicati la menzione sulla prestigiosa Guida “5StarWines – The Book”, la prima pubblicazione nel suo genere ad essere promossa da una Fiera internazionale, la celeberrima Vinitaly.

    Siamo molto fieri di poter comparire in questa vetrina e di essere sotto gli occhi di addetti al settore e appassionati di tutto il mondo quali ambasciatori della Puglia nel bicchiere.

  • Crifo: sessanta anni di storia della Cantina di Ruvo di Puglia, nel cuore di Castel del Monte

    Nata nel 1960, dalla volontà di un piccolo gruppo di vignaioli, la Cantina di Ruvo di Puglia festeggia quest’anno il sessantesimo compleanno. Come il primo giorno, nel nome del Grifone: animale mitologico che gli antichi costruttori hanno scolpito sulla facciata della cattedrale di Ruvo di Puglia.

    Un simbolo che firma tutti i vini Crifo, ossia le etichette migliori prodotte dalla cantina, a partire dalla linea Grifone.

    Da semplice produttrice di mosti, la cooperativa si è evoluta in premiata cantina vinicola, assumendo a pieno titolo il ruolo di una delle maggiori realtà del sud d’Italia, con i suoi circa 600 ettari vitati.

    In territorio calcareo nell’area di Castel del Monte, tra le province di Bari e Barletta-Andria-Trani, vinifica per il 60 per cento le 5 varietà autoctone della zona e per la restante parte altre specie varietali.

    Sono più di 500 i soci che ne fanno parte e che conferiscono oltre 10.000 tonnellate d’uva per vendemmia, dedicando grande attenzione alla cura del vitigno “leader”: il Nero di Troia.

    Gli altri vini principali sono il Bombino Bianco, il Bombino Nero, il Pampanuto e il Moscatello Selvatico.

    Il brand “Crifo” rappresenta l’acronimo della denominazione originale “Cantina della Riforma Fondiaria”. Produce, oggi, quasi 3.000.000 di bottiglie l’anno in formato da 0,75 litri.

    Ma non è sempre stato così, e si potrebbe dire che questa sia una scelta di mercato relativamente recente, dato che agli albori la cantina era dedita alla produzione di grandi formati fino ai 5 litri.

    Una importante evoluzione che viene dalla mission di dare qualità a una produzione che, come in tutta la Puglia, nel lontano passato, era dedita alla quantità.

    Il successo della Cantina di Ruvo di Puglia ha il proprio segreto nella passione, dedizione e caparbietà dei soci nello sposare un unico progetto e nel mitigare e mediare tra le diverse esigenze di centinaia di colleghi vignaioli.

    Il tutto, poi, sostenuto da scelte professionali di grande ambizione, come quella di stabilire rapporti solidi e duraturi con consulenti di settore. Uno fra tutti l’enologo Massimo Tripaldi, istituzione nel suo campo, che ha negli ultimi anni ha avuto modo di amplificare le potenzialità della produzione circondandosi di uno staff ad hoc.

    E un notevole impegno nell’area commerciale, e l’intuizione di dare alla divulgazione della cultura vitivinicola, alla base del brand, la giusta importanza.

    Il sessantesimo anniversario, la Cantina di Ruvo di Puglia, l’ha festeggiato con una indimenticabile campagna Tv nazionale nello scorso mese di maggio, presentando con il brand Crifo i programmi di punta del palinsesto di RAI1, attraverso la messa in onda di uno spot in apertura e chiusura di diverse, seguitissime, trasmissioni come: “Uno Mattina in Famiglia”, “Domenica In”, la fiction Rai “Vivi e lascia vivere”, “Linea Verde”.

    Scopo della campagna pubblicitaria: la promozione di un’eccellenza pugliese, insieme all’associazione tra il marchio Crifo e il vino da uve Nero di Troia.

    Insomma, la ciliegina sulla torta per celebrare il grande lavoro svolto in sinergia fra soci, collaboratori e consulenti, mettendo nel giusto risalto la qualità dei vini Crifo.

    Una qualità peraltro documentata dal rispetto da parte degli operatori del settore e dai numerosi riconoscimenti ottenuti da critici e guide internazionali in questi ultimi anni.

    Infatti sono tantissimi i titoli conferiti ai vini Crifo, prodotti dalla Cantina di Ruvo di Puglia, in altrettanto numerosi contesti: Luca Maroni, Mundial du rosè, Wine Spectator, Sakura, Chine wine & spirits award, Wine Enthusiast Buying Guide, 5StarsWines, Oscar Douja D’Or, Tastings Chicago, Concorso Enologico Regionale Vinum, Mostra Nazionale Vini Pramaggiore, Concorso Gilbert Gaillard, Trofeo A.I.S. Murgia “Dolce Puglia”.

    La Cantina di Ruvo di Puglia rientra anche nei percorsi di enoturismo pugliese de Le Strade del Vino, perché parte dell’attenzione dei soci verso un pubblico quanto mai eterogeneo di intenditori e semplici appassionati è dedicata all’accoglienza, promuovendo visite in cantina e degustazioni su prenotazione.

    L’acquisto, poi, è possibile nei canali distributivi GDO e HoReCa così come nei negozi ufficiali “la Vineria della Cantina” (presenti sia a Ruvo di Puglia che a Bari) e anche attraverso lo shop on line.

  • Il successo dei vini Crifo? L’enologo Tripaldi: “Il lavoro di squadra e vinificare i migliori vitigni di Puglia”

    Presidente di Assoenologi per la sezione di Puglia, Calabria e Basilicata dal marzo 2019, Massimo Tripaldi, è l’enologo della Cantina di Ruvo di Puglia.

    Una figura decisiva nella cooperativa di viticultori pugliesi che conta più di 500 soci che conferiscono, ogni anno, oltre 10.000 tonnellate d’uva .

    È da sei anni al fianco della Cantina di Ruvo di Puglia, che si propone come realtà produttiva di primo piano nel panorama vinicolo non solo locale, ma nazionale, anche grazie alla sua presenza e quella del suo staff.

    Diplomato da enotecnico a Locorotondo nel ’94, laureato in Scienze Agrarie a Bari, ha iniziato la sua carriera ad Asti, ma l’amore per la Puglia lo ha portato prestissimo a lasciare il Piemonte per far rientro nella propria terra. Da subito ha fornito la propria consulenza a diverse aziende di vino pugliesi.

    Attualmente segue molteplici aziende, cantine private, cooperative e brand di riconosciuta fama nazionale e internazionale, proprio come Crifo.

    Dott. Tripaldi, lei è consulente per cooperative con più soci e per aziende private. Qual è la differenza che riscontra nell’approccio al lavoro fra le due realtà imprenditoriali?

    “Ci sono due differenze sostanziali. Nel primo caso si avverte una maggiore responsabilità. Per esempio, nella Cantina di Ruvo di Puglia ho la responsabilità di più di 500 famiglie che vivono dei risultati che riesco a dare col mio lavoro. Ed è una cosa ben diversa dal lavorare per un privato dove c’è una sola famiglia che vive di questo. La cooperativa ti lega da un punto di vista morale. Almeno per me che vengo da una famiglia di vignaioli, legata a una cooperativa, e sono cresciuto in una realtà che vedeva la mia famiglia legata alla cantina di cui faceva parte. È chiaro, d’altra parte, che in una azienda viene più facile prendere delle decisioni vincolate alla scelta di un singolo nucleo familiare o impresa. Invece, in una cooperativa le decisioni passano dal consiglio di amministrazione e anche i tempi per rendere operativa una proposta si allungano, anche se devo dire che nel caso della Cantina di Ruvo di Puglia è tutto davvero molto professionale”.

    In che termini?

    “Nel senso che è strutturato tutto secondo settori e ogni settore ha la propria responsabilità e i propri obiettivi: ognuno ha un ruolo ben preciso e delle competenze dettagliate e circoscritte, e non si superano i confini. Chi si occupa del commerciale, chi della logistica, chi, come me, della parte tecnica, sempre in continua simbiosi, ma non oltrepassando le competenze settoriali. Questo rende molto più snello il processo di analisi delle proposte e i processi decisionali. Oltre che il tutto molto professionale. Solo al termine del raggiungimento dell’obiettivo, il risultato viene valutato dal consiglio di amministrazione”.

    Allora è questo il segreto della longevità di questa cooperativa e del suo matrimonio professionale con tanti soci?

    “Personalmente fa parte della mia storia professionale: con quasi tutte le aziende ho avuto rapporti duraturi, nei soli due casi in cui ho risolto la consulenza prematuramente l’ho fatto quasi subito, perché credo che le divergenze di intenti, quando ci sono, si manifestano sempre nell’immediato. Al contrario, se la compatibilità di obiettivi è chiara dall’inizio, i matrimoni durano per la vita”.

    Qual è allora la sua mission per Crifo?

    “Quando sono stato contattato l’obiettivo della cantina era quello di lavorare sul livello qualitativo, mantenendo e anzi ampliando le capacità commerciali, delle bottiglie da 0,75 litri. E penso che l’obiettivo sia stato raggiunto, anche se abbiamo ancora tanta strada da fare. Siamo arrivati a produrre dai 2 ai 3 milioni di bottiglie e ora contiamo di raddoppiare la produzione”.

  • Turismo enologico: a passeggio per vitigni più coltivati di Puglia

    È stata riconosciuta per la seconda volta quale regione più bella del mondo pochi giorni fa: la Puglia torna a far parlare di sé a livello internazionale. Per National Geographic, Lonely Planet e New York Times i motivi che la rendono tale, oltre alla sua naturale bellezza e alla storia millenaria dei borghi, sono le sue tipicità e l’enogastronomia.

    Giugno 2020: segnarsi questa data perché entrerà negli annali per la nostra regione che già nel 2014 festeggiò il riconoscimento nell’ambito del “Best value travel destination in the world”, classifica stilata dal National Geographic.

    Cinque sono i siti Unesco di Puglia riconosciuti patrimonio dell’umanità: Castel del Monte, inserito nel 1996; I Trulli di Alberobello, inseriti nel 1996; il Santuario di San Michele Arcangelo, inserito nel 2011; la Riserva naturale “Foresta Umbra”, inserito nel 2017; Castel Fiorentino a Torremaggiore, inserito nel 2017. Ma accanto a questi “monumentali” motivi di immortale attrazione turistica, in Puglia ce ne sono altri altrettanto validi: il cibo e il vino.

    Un ottimo motivo per visitare la Puglia e percorrerla da nord a sud, è conoscere le sue tipicità enogastronomiche. Scorrazzare tra i suoi vitigni autoctoni e degustare i migliori vini pugliesi direttamente nelle “guest room” delle cantine, se non addirittura in vigna.

    Negli ultimi decenni, dal 1999, le strade del vino portano in Italia e quindi in Puglia. Nascono tanti movimenti dedicati a questa nicchia del turismo: il più famoso è sicuramente l’ Mtv, movimento turismo del vino, che ha la sua sezione pugliese dedicata ai vitigni della regione e ai suoi produttori, e vanta tra i suoi consorziati proprio la Cantina di Ruvo di Puglia. Requisito fondamentale: avere la cultura dell’accoglienza enoturistica, capace di contagiare anche il turista più acerbo con l’emozione di far vino in Puglia.

    Undici sono gli itinerari stabiliti dal Movimento: Tesori della Daunia, Accogliente Capitanata, Le Terre di Federico, Dall’Adriatico a Castel del Monte, La Murgia Carsica e la Valle d’Itria, Le Tenute del Primitivo, Facciamo un Brindisi, Nel Parco del Negroamaro, Nel Cuore del Barocco, Sapori d’Adriatico, I profumi dello Ionio. Undici itinerari raccontati attraverso le cantine che aprono le proprie porte e promossi dal Mtv in manifestazioni ed eventi, ma tanti altri sono lasciati alla libera interpretazione dell’enoturista più “creativo”. Ma vediamo quello che comprende l’imperdibile tappa alla Cantina di Ruvo di Puglia e la degustazione dei vini Crifo.

    Parliamo dei 60 anni di storia di una cooperativa di vignaioli che coltivano a vite il terreno calcareo che circonda Castel del Monte, tra le province di Bari e Barletta-Andria-Trani. A dominare quest’area di percorso del vino sono il Nero di Troia, a nord, e il Moscato Reale pochi chilometri più a sud, sui lidi sabbiosi di Trani.

    La Cantina di Ruvo di Puglia aderisce al Movimento turismo del vino e partecipa alle sue più interessanti manifestazioni stagionali perché ne sposa l’intento culturale complessivo. Ma apre le porte della sua vineria a turisti ed enolovers in ogni periodo dell’anno.

    Dopo la visita in cantina il territorio offre molto altro e si può ammirare il centro del comune di Ruvo, ricco di fascino e di cultura, e intorno i boschi con alberi di quercia roverella e il Museo Nazionale Jatta, dedicato alla Magna-Grecia, che ospita il celebre vaso di Talos, un cratere attico del V sec. a.C. su cui è raffigurata l’uccisione dell’omonimo gigante da parte degli Argonauti.

    La più ampia area della Doc di Castel del Monte, tra le più note della regione, oltre che di storia racconta dunque di una vasta gamma di tipologie di vitigni e straordinari vini: i bianchi da uve Bombino Bianco, Pampanuto e Chardonnay; i rossi da Nero di Troia, da Aglianico e da Montepulciano; i rosati da Bombino Nero.

  • Top o pop: quando un vino Nero, anche di Troia, si può bere d’estate?


    Chi l’ha detto che estate sia uguale a vino bianco? E chi l’ha detto che un buon rosso non si possa bere fresco? E infatti si può. E si dovrebbe anche. Perché chi viene in Puglia una volta l’anno, anche nel pieno della calda stagione, non si può permettere di lasciare in cantina il frutto dei vitigni autoctoni che fanno di questa regione una delle più importanti produttrici di vino d’Italia.

    Ma viene difficile, in un torrido agosto, pensare di poter mandar giù un corposo Primitivo o un “muscoloso” Nero di Troia alla sua classica temperatura di servizio. E poi come accompagnarlo a portate di stagione? Una soluzione c’è e vale la pena metterla in pratica per non perdersi una vera e propria chicca dell’enogastronomia pugliese.

    La comune credenza, forse “didattica” o forse “retrò”, che i grandi vini rossi siano top d’inverno con piatti importanti e succosi, si va sempre più sgretolando. Ovvio ha un suo perché tecnico ma, con un accurato studio dei giusti equilibri, questi stessi vini sanno diventare pop anche d’estate se rinfrescati un po’ prima del servizio e accompagnati a portate più leggere. Le nuove tendenze la dicono lunga su questo ma sappiate che non tutti i rossi possono essere trattati allo stesso modo, pensando di poterli appena rinfrescare per servirli d’estate. Quando è proprio necessario rinunciare, suggeriamo di portarsi la tanto desiderata etichetta pugliese a casa e gustarne il contenuto quando clima consenta.

    Tornato ai rossi “top” che si possono servire con qualche grado di temperatura in meno assumendo un più sbarazzino aspetto “pop”, ecco due doverose premesse.

    Intanto, sia chiaro che per “pop” qui si non si intende banalmente “popolare” bensì “meno formale”, dall’approccio nuovo, che rompe gli schemi. Giovane, creativo. Un concetto, quello del “top & pop wine”, che nel mondo nel vino ha assunto ormai da qualche anno una filosofica accezione e concezione. A sdoganarlo dai convivi tra luminari del settore è stato Giacomo Mojoli, per anni colonna portante di Slow Food, che ha pensato bene di introdurre il concetto di “poppizzare” il vino organizzando una serie di eventi dedicati ai giovani e non solo.

    Poi bisogna chiarire come nasce l’accostamento vini rossi con piatti ricchi e succosi da clima freddo, e soprattutto perché la temperatura di servizio di un rosso è sempre più alta di quella di un rosè o un bianco.

    Nel primo caso, basta fare affidamento sul senso del gusto che ci fa intuire che un vino robusto, caldo, invecchiato, dai sentori boisé o di cuoio e di spezie, non si sposi certo con un piatto di crudo di mare, né con un pesce azzurro all’acqua pazza. Ma neanche a un trionfo di verdure oppure a delle orecchiette ai pomodorini pugliesi o ancora alla carne magra, tantomeno alla parmigiana di melanzane rivisitata da menù estivo. Se non vogliamo dare uno shock alle nostre papille gustative, questa è legge.

    Ma un rosso più giovane, meno complesso, più fresco ma soprattutto meno tannico può trovare posto anche di fianco a piatti stagionali. Ed è proprio sui tannini che si gioca buona parte della partita. Per gli esperti sono quei composti polifenolici rilasciati durante la macerazione dai vinaccioli, dal raspo e dalle bucce dell’uva, e più tempo convivono col mosto più gli conferiscono astringenza, tannicità. Per i non addetti ai lavori, basti sapere che i tannini equivalgono a quella sensazione di secchezza che il vino lascia in bocca dopo la degustazione. Questo aspetto fa dell’accoppiata vino tannico – piatto succulento una certezza. Inoltre la sensazione di astringenza aumenta a basse temperature: ecco perché i vini con più tannini, e in generale tutti i rossi, vanno serviti a temperature più alte. E più sono tannici più vanno serviti a una temperatura maggiore. Per intenderci, un rosso in purezza intorno ai 13-14°, come il Nero di Troia, il Primitivo, il Negroamaro, va servito a una temperatura di circa 18°.

    Ma là dove i tannini più morbidi di un Primitivo, o la maggiore acidità di un Negramaro, consentono di servirlo dopo averlo lasciato qualche minuto in ghiaccio, quando si parla di Nero di Troia si cammina sul filo del rasoio. E ci sono alcune accortezze da assumere per non tagliarsi. Eccole.

    Uno: se si vuole refrigerare, e sia ben chiaro refrigerare e non ghiacciare (3-6 gradi in meno) un Nero di Troia, il consiglio è di scegliere un blend ammorbidito da altri vitigni.

    Tra i rossi Crifo segnaliamo: un blend con alcuni vitigni autoctoni, ovvero Terre del Crifo Castel del Monte Dop (temperatura di servizio in etichetta 16 C°, grado alcolico 12,5% vol.); il Grifone Castel del Monte Dop, ingentilito da una quantità di Montepulciano che varia a seconda delle annate (temperatura di servizio in etichetta 18 C°, grado alcolico 12,5% vol.).

    Due: gli abbinamenti non possono essere sbagliati, pena un pasto “incomprensibile” se non proprio deludente. Un vino dai tannini spinti, in quanto esaltati dal freddo, può essere una buona soluzione in estate su piatti unti piuttosto che grassi: se parliamo di una parmigiana con melanzane, che siano fritte; se mangiamo una grigliata, che sia di sole carni grasse o di tagli/preparazioni succulente come le tipiche bombette pugliesi, il cappone di maiale, le costolette di agnello. Tutte portate che fanno molto Puglia e per molti sono irrinunciabili anche d’estate.

    Per i più audaci, magari nella frescura dell’alto entroterra, servire a uno-due gradi in meno anche un impegnativo Squarcione Appassimento Rosso Igp Crifo non vi manderà all’inferno. Ma vale solo sulla grigliata mista di carne alla Pugliese.

  • Nero di troia: i migliori abbinamenti

    Vino importante, vino di struttura, complesso quando invecchiato e particolarmente stuzzicante anche quando giovane e di pronta beva, in Puglia il nero di Troia la fa da padrone sia sui piatti più sofisticati che su quelli della tradizione.

    Accompagna le carni preparate in ogni sua declinazione, sposandosi bene anche con quelle dai sapori forti come agnello, selvaggina, faraona, e alle preparazioni dai gusti succosi e speziati.

    E allora largo ad apoteosi di solleticazioni al palato con numerosi piatti di portata a base di carne arrosto, in umido o al tegame, o ancora con portate tipiche del suo territorio di provenienza, l’alta Puglia dal nord barese alla provincia di Foggia, come l’agnello in agrodolce e la faraona ripiena.

    Essendo un rosso di corpo, nato con una sostanziosa carica polifenolica che ne definisce il peso dei tannini, su piatti succulenti restituisce equilibrio al palato.

    E se anche è vero che i suoi tannini possano essere ammorbiditi con un passaggio in barrique, è certo che non perderanno mai quella personalità che ne definisce la struttura impegnativa, per banchetti impegnativi. Profumi, misteri e potenza in un vino dalle molteplici sfaccettature che incanta naso e bocca con sentori di more e liquirizia, di spezie e legno, con note balsamiche e a volte erbacee, finanche leggermente amarognole che si amalgamano con eleganza e mitigano sapori anche difficili come quelli della selvaggina.

    Quando giovane e dal bouquet più floreale e fruttato, ma con tannini più duri, il nero di troia esige gusti altrettanto decisi, dove i suoi tipici sentori per contrasto ammorbidiscono l’intensità del gusto della carne, in particolare, mentre la struttura ne esalta la preparazione saporita.

    Nella sua versione più elegante, che viene dai passaggi in barrique, fino alle versioni riserva, dove la naturale spigolosità dei tannini lascia il posto a maggiore raffinatezza e armonia, questo meraviglioso vino si lascia apprezzare con primi piatti in ragù importanti, ma anche con i gusti più delicati delle zuppe di legumi o con quelli più avvolgenti dei formaggi stagionati.

    Ricette come faraona alla salvia, arrosto di maiale, oca in agrodolce e i più classici spezzatini con le patate partecipano ad esprimere al meglio le caratteristiche uniche del Nero di Troia.

    E per i veri Nero di Troia “addicted” ecco come si prepara un brasato di carne marinata, e indovinate dove? Ma nel vino da Nero di Troia.

    Preparazione per quattro persone: per prima cosa mettere a marinare i pezzetti di muscolo di puledro (800 gr.)  in una ciotola o contenitore con 1 litro e mezzo di vino rosso di Troia, per almeno due ore; passare la carne in pentola e unirla a un preparato di verdure (1 carota, 2 cipolle sponzali, 1 costa di sedano), aggiungere 1 cucchiaino di sale grosso da cucina e 30 gr. di olio, lasciare cuocere a fuoco basso per 15/ 20 minuti, per far rilasciare lentamente il vino assorbito dalla carne; quando sarà evaporato il vino contenuto nella carne, aggiungere quello rimanente della marinatura e lasciar cuocere a fuoco moderato, con coperchio, per 2 ore e mezza circa, girando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno. Prima di terminare la cottura, regolare di sale e spegnere il fuoco solo quando si sarà consumato quasi tutto il liquido di cottura.

    Servire con un buon vino. Un Nero di Troia ovviamente, e quale se non una delle 8 etichette Crifo della Cantina di Ruvo di Puglia? Scegliere tra Augustale Riserva DOCG in purezza, Squarcione Appassimento IGP in purezza, Terre del Crifo IGP in purezza e in blend DOP, Grifone in purezza IGP e in blend DOP e due Bag in Tube da tre litri, “black” e “orange”, in purezza IGP.

  • I migliori vini pugliesi: Nero di Troia, oltre il Primitivo e il Negromaro

    Definirlo terzo vitigno autoctono pugliese, dopo Primitivo e Negromaro, ha senso solo se la classificazione si ottiene per gli ettari coltivati, ma il Nero di Troia ha origini che si perdono nella leggenda oltre a rappresentare un vino tra i più aristocratici della regione Puglia. Un vino per intenditori, dedito all’invecchiamento grazie alla naturale dotazione di polifenoli. Un vino che ti guarda dritto negli occhi, senza batter ciglio, che non teme confronti, mai ruffiano per piacere.

    Il Nero di Troia è la punta di diamante dei vini Crifo della Cantina di Ruvo di Puglia, e non potrebbe che essere altrimenti in quanto vitigno autoctono per eccellenza del relativo terroir: la cantina conta ben 8 etichette da Nero di Troia.

    Augustale Riserva DOCG in purezza, Squarcione Appassimento IGP in purezza, Terre del Crifo IGP in purezza e in blend DOP, Grifone in purezza IGP e in blend DOP e due Bag in Tube da tre litri, “black” e “orange”, in purezza IGP. Tutti vinificati in rosso, seppur il vitigno si presti alla vinificazione di ottimi rosati e si spinga sino alla vinificazione in bianco.

    L’uva di Troia, però, non è sempre stata capita e apprezzata per il suo potenziale di grande vitigno, nonostante la sua ricca storia che affonda le radici nel 1200 avanti Cristo.

    In passato questo vitigno era coltivato prevalentemente con sistema di allevamento ad alberello, con produzioni molto basse per unità di superficie; e questo aspetto non lo rendeva interessante per la produzione vinicola dell’epoca, dedita alla quantità piuttosto che alla qualità.

    Non c’è da stupirsi, pertanto, se per lungo tempo le uve “Nero di Troia” sono state ritenute adatte a elaborare vini da “taglio” piuttosto che vini da beva di qualità.

    Inoltre le caratteristiche del vitigno, che matura tardivamente e che necessita di particolare attenzione perché soggetto alle condizioni climatiche di fine estate – inizio autunno, non ne hanno agevolato certo la rivincita tra i vini importanti di Puglia.

    A un vitigno aspro, caratteristico della Puglia centro-settentrionale, diffuso principalmente nei territori della provincia di Andria – Barletta – Trani e nella Capitanata, si associa un vino morbido, vellutato, capace di lungo invecchiamento che ne dona note più complesse di spezie, tabacco, liquirizia, frutti rossi maturi e in confetture, ma altrettanto disposto a essere consumato giovane con un bouquet floreale e fruttato più facile.

    L’uva di Troia, dopo anni di sottovalutazione, rivive la propria pienezza negli ultimi 50 anni, in parte caratterizzati da battaglie di merito per darne i giusti riconoscimenti. Nel 1970 viene riconosciuta come Varietà di Uva Nera da vino ma solo nel 2011 ottiene il massimo riconoscimento: la DOCG nella DENOMINAZIONE CASTEL DEL MONTE NERO DI TROIA RISERVA.

    Oggi, con la ricerca e la sperimentazione enologica, si ottengono grandi vini tipici già validi qualitativamente da giovani e nativamente più strutturati per un eventuale invecchiamento: questa versatilità si è rivelata molto importante a livello commerciale per incontrare il gusto dei nuovi consumatori e posizionare il vitigno tra i più rappresentativi della Puglia.

    Da tempo il “Nero di Troia” è presente in percentuali variabili nei disciplinari di 6 DOC: Castel del Monte, Rosso Barletta, Rosso Canosa, Rosso di Cerignola, Cacc’e mmitte di Lucera e Orta Nova, nelle province di Bari, BAT e Foggia.

    In questi ultimi anni le sue uve vengono sempre più vinificate in purezza in virtù del crescente gradimento da parte dei consumatori e di un trend che premia i vini monovarietali da uve autoctone, ottenendo altresì grandi riconoscimenti e l’attenzione della stampa internazionale di settore.